Prestiamo attenzione

Guardatevi dagli scribi che amano passeggiare

La cultura dell’ipocrisia voluta

Gesù è nel tempio e come sempre condanna l’atteggiamento degli scribi con parole dure. Li descrive come persone che non desiderano altro che essere lodati, salutati, riconosciuti. Uomini che pregano non per incontrare il loro Dio nel tempio ma per farsi vedere e per servirsi dell’altro. 

Scribi che bramano i primi posti e approfittano della povera gente, divorando addirittura le case delle vedove. Questo è il tipico atteggiamento degli ipocriti. 

Chi è un ipocrita? Il termine ipocrisia indica non un’incoerenza a caso, vissuta per debolezza, ma l’incoerenza volutadecisa. C’è una scelta di sbagliare, di mentire, di essere doppiogiochisti nell’ipocrita! 

L’ipocrisia è un dichiarato atto libero e di volontà! In fondo chi è l’ipocrita, oltre quello che abbiamo già diffusamente detto? Chi si ritiene bastante a sé stesso e non ha bisogno del suo Dio. 

E l’ipocrisia è intrecciata indissolubilmente in un’altra cultura, la cultura dell’applauso

Ricevere applausi a destra e a sinistra, essere distinti da tutti, lodati, degni di nota, sopra gli altri. 

Gli scribi erano in una cultura dell’ipocrisia voluta per abbracciare e coltivare la propria cultura dell’applauso, del farsi valere e vedere ed ecco che, anche, la preghiera, luogo di comunione con Dio, diventa strumento di potere, di vanità, di riconoscimento. Che Dio ce ne liberi. 

Seduto di fronte al tesoro Gesù osservava

Noi immersi in queste culture

E Gesù cerca, continua a cercare e a rimanere deluso per come Dio Padre è usato e non veramente amato. Anche noi a volte soffriamo di questo intreccio di cultura dell’ipocrisia e dell’applauso. 

Tutti abbiamo bisogno di essere visti e riconosciuti. Tutti abbiamo bisogno di essere chiamati per nome e amati, ricordati e abbracciati al contrario temiamo di non esistere e di non essere voluti bene. 

Gesù parla dei fedeli scribi, oggi, il Vangelo parla a noi battezzati, alla nostra chiesa.

Quanto, infatti, della cultura dell’applauso è entrato in noi, nei nostri servizi, nelle nostre celebrazioni, nei nostri cuori e intenzioni? Nelle nostre stesse relazioni? 

Prestiamo attenzione! Questa cultura è sottile e sotterranea. Sottile perché riesce a mostrarsi a noi con delicatezza, spesso tocca la nostra sensibilità, solletica i nostri desideri anche di bene, di generosità. Essa arriva sottovoce a giocare con i nostri sensi, i nostri bisogni, le nostre scelte, i nostri rapporti… ed è sotterranea perché sotto questa delicatezza, sotto questi gesti di bontà, di servizio, di generosità può nascondersi il profondo desiderio di essere applauditi e ringraziati, del sentirci addosso occhi di riguardo, di benevolenza e di stima. 

Come, allora, comprendere se siamo schiavi di questa cultura? È, molto, molto semplice: ascoltiamo le nostre reazioni quando nessuno ci dice GRAZIE, quando ci si arrabbia perché non riconosciuti e rispettati, quando guardiamo chi fa di più di noi e sentiamo il cuore ribollire dalla gelosia. Ascoltiamo le nostre scelte, le nostre durezze, il nostro modo di pensare, parlare, mentre ci scopriamo a giudicare, a mormorare, a pensar male, a condannare il fratello… prestiamo attenzione a noi stessi. 

Venuta una vedova povera

Per una cultura dell’abbandono fiducioso

E ora osserviamo la vedova povera ma ricca di fiducia nel suo Dio. Lei non si vergogna della sua pochezza. Prima di fare un’offerta, secondo l’usanza del tempo, l’offerente doveva dire ad alta voce perché tutti sentissero quanti soldi venivano gettati nel tesoro del tempio. La donna non si vergogna di dare due monetine a differenza degli altri che donavano economicamente molto di più. 

Cosa fa la donna? Si fida di Dio e dona tutto quello che ha per vivere. Con quel soldo dice a tutti: io muoio se tu non mi ascolti, ma mi fido di te, Dio e ti do tutto. 

La vedova povera è il modello del discepolo: non teme i giudizi degli altri, non si vergogna, e crede che consegnando tutto riceverà tutto. Offre il soldo con la possibilità di morire di stenti, ma con la fiducia che Dio non la potrà abbandonare. Gli altri offrono il superfluo perché non credono nella potenza dell’amore di Dio che provvede per i suoi figli. A scanso di ogni cultura dell’applauso dove sono IO epicentro di tutto, la donna ci offre la cultura dell’abbandono dove c’è DIO al centro e io sto con lui, con la sua parola, con la sua presenza nella certa-speranza che Lui mi ama e provvede a me.


Le letture le puoi trovare

qui

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