Per una sfida educativa (seconda parte)

Articolo della dottoressa Paola Scalari, psicologa, psicoterapeuta, psicosocioanalista, docente in Psicoterapia della coppia e della famiglia alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia della COIRAG.

È  questione di tempo

Per assolvere al compito del prendersi cura dell’evoluzione del cucciolo d’uomo ci vogliono degli ingredienti che non si comperano al “supermercato dell’educazione”. Sono questi invece degli “alimenti psichici” artigianali, di nicchia, speciali che richiedono la forza d’animo di uscire dalle pressioni del consumismo.Liberarsi dai condizionamenti di una potenza come quella dei mercati non è certo impresa da poco. L’industria infatti fa soldi se si comperano cose. E vende di tutto promuovendo falsi bisogni tra i suoi clienti. La prima cosa che deve però acquisire per poter succhiare la vita delle persone è il tempo. Un’industria specializzata nel far consumare tempo sia esso quello per essere belli, in forma, possessori di oggetti status symbol, acquirenti di attività per riempire quel che rimane delle giornate, delle ferie, della vita…E l’inganno è che per poter avere tutte queste cose ci vuole danaro e, per avere danaro, ci si vende al lavoro che, liberato in parte dalle lotte sindacali dei tempi passati, è divenuto ottima preda per chi vuole vendere i suoi prodotti. E la falsa necessità di acquistare questo o quello diviene la nuova schiavitù. Questa condizione di asservimento a falsi bisogni trascina dentro a sadici meccanismi, come quelli dell’indebitamento proposto dal – comperi subito e paghi dopo -, che divorano il tempo libero, quello del trasognate ozio dove è possibile riflettere, capire, interrogarsi, parlare, discutere… L’ansia dovuta al sogno di consumare diviene poi malattia sociale attraverso le varie forma del gioco d’azzardo che promette facili e immediati guadagni.Ci si trova quindi di fronte ad un circolo viziosa da interrompere.I falsi bisogni rappresentano infatti una devianza collettiva che colpisce la vita familiare.Il consumo insensato del tempo si configura come una pressione sociale a cui le figure educative sono chiamate a resistere.Bisogna trovare una soluzione.Nessuno però è in grado di opporsi a questi inganni se non crea vincoli importanti, saldi, nutrienti con altre persone.Stare insieme è dunque la nuova ricchezza umana. Dedicarsi pazientemente del tempo è la nuova sfida educativa.I nuovi principi guida per la formazione delle nuove generazioni divengono il non consumare per essere, il non produrre per dimostrare, il non esasperare l’efficienza per vincere primati, il non mantenersi sempre connessi per non sfigurare.Gli adulti, cittadini di questo mondo dei consumi che divora le ore e non lascia mai liberi, però, faticano ad uscire dal vortice dell’avere, avere e avere sempre di più. Non hanno allora tempo per formare le nuove generazioni che, ignare, vengono date in pasto a questo mostro divorante del consumismo che, su chi è ancora incompiuto, ha una presa facile.Per educare invece ci vuole tempo, pazienza, ripetizione, ritualità, sospensione del giudizio, sana attesa. Educare è un processo non un ordinare ed ottenere.Il bambino impara le regole del senso della vita dentro a esperienze regolari che sanno offrirgli un contenitore solido e forte dentro al quale fare le sue esperienze. Cadere, sbagliare, temere, fallire fanno parte della vita, ma se ben educati uomini e donne di domani potranno avere la forza di rialzarsi, perseverare, riparare.Nello scambio affettivo e cognitivo chi è piccolo può ammirare le competenze di chi è grande godendo del fascino della ricchezza di umanità. Seducente nella sua bellezza. Il bambino arriva così a voler essere come quell’adulto che ammira, che sa tante cose, che è così tanto rispettato. E per arrivare a somigliargli il ragazzo accetta di incamminarsi verso il futuro.Educare è quindi un percorso e non l’ottenere ciò che si chiede. Nessun bambino è automatico.L’adulto, una volta liberato il tempo e calmata la sua impazienza, può affidarsi alle sue voci interiori perché – nel silenzio – riesce a sentirle. Nel suo mondo interno infatti abitano le parole e i modi di comportarsi dei suoi genitori che lo hanno aiutato a divenire grande. Il modo in cui l’intreccio della funzione materna e della funzione paterna hanno saputo amare e lasciar andare e hanno potuto offrire affettività e determinazione nel distacco diventano la voce interiore maggiormente amica. Quella che aiuta a sviluppare sani affetti e giuste separazioni.La rappresentazione interna delle persone che hanno inciso sulla formazione identitaria, infatti, trasmette sicurezza o insicurezza nel proprio valore.Il sentirsi persone che sono state importanti fa sentire ciò che si fa importante ed aiuta a mantenere la rotta anche nei momenti di tempesta.Bambini che non succhiano il latte, che non dormono, che disobbediscono, che fanno male a scuola, che agiscono in modo sconsiderato non diventano allora “nemici” che fanno sentire incapaci, ma solo piccini da aiutare a crescere.Il patrimonio emotivo ereditato dalla propria famiglia può trovare però un’ulteriore occasione di crescita là dove educatori competenti si mettano nella posizione mentale di ascoltare le difficoltà dei bambini e di metter in moto strategie creative per aiutarli a capire come si sta al mondo. In questo trovare modi e maniere per raggiungere l’animo dei piccoli sta la grandezza e il fascino dell’educare.

Gruppi interni

Le persone che si assumono funzioni educative, pur essendo cresciute con figure genitoriali capaci di non crollare sotto l’urto della bizzarria infantile e della tracotanza adolescenziale, possono sentire al loro interno la paura di non farcela ad educare un bambino.Madri in ansia perenne temono di commettere errori irreparabili.Padri alle prese con una nuova interpretazione del loro ruolo oscillano tra eccessivo permissivismo e categorici rifiuti.Docenti demotivati non sanno rivalutare il loro ruolo educativo di conduttori del gruppo classe e cercano approvazione attraverso l’insegnamento di sofisticate tecniche.Operatori dei servizi educativi e sociali vedono continuamente fallire le loro progettualità e non sanno più come procedere.In questo caso è il rapporto con un’altra persona che modifica, riempie, fa rielaborare i buchi depressivi che sono rimasti aperti nel percorso delle loro vite.L’atteggiamento rinunciatario allora può venir sostituito da un atteggiamento creativo che sperimenta, ricerca, investe emotivamente.Ma per poter sostenere questo modo di agire è necessario essere almeno in due.L’amore verso un partner diviene occasione per dialogare di se stessi scoprendosi e riscoprendosi. I due innamorati per conoscersi si raccontano le loro vite e ciascuno aiuta l’altro a chiarirsi la propria esistenza. Ogni coniuge può poi continuare, in un patto d’amore, ad essere l’interlocutore più intimo del partner. Quando il compagno diviene il padre o la madre del proprio figlio è dunque il fitto dialogo della coppia a rendere meno insormontabili i momenti di sconforto. E l’amore intriso di affettività e di piacere erotico aiuta a superare i momenti difficili che, inevitabilmente, la crescita di un figlio comporta.I partner professionali sono invece quei colleghi con cui si condivide una classe, una squadra, un gruppo e rappresentano i soggetti con cui gli educatori professionali dovrebbe trovare il maggior piacere nel condividere progettualità e strategie operative, modelli teorici e metodologie di lavoro.Il gruppo familiare con i suoi avi dunque e il gruppo professionale con i suoi maestri ispirano l’azione di ogni educatore. Il legame che ognuno ha con le sue figure educative di riferimento rappresenta quindi il vero patrimonio relazionale con cui non solo ognuno può incontrare i bambini, ma anche con cui ognuno crea dei vincoli con gli altri adulti.Il gruppo interno dunque è il verso responsabile della forza, della determinazione, dell’autorevolezza e della passione, di ogni educatore.Il gruppo interno aiuta a non chiedere al bambino amore, complicità, considerazione poiché la offre lui stesso.Un adulto che sa bastare a se stesso, che sa stare bene con i suoi pensieri, che sente amabile la sua persona non abdica alla funzione educativa per paura della perdita d’amore.Essere persone sicure diviene guidare il bambino con sicurezza.Se invece il gruppo interno è responsabile dell’angoscia del giudizio, della paura dell’esclusione, della sensazione di non contare mai abbastanza gli stati emotivi insicuri rendono impossibile l’azione educativa.I vissuti di figlio quindi in maniera transgenerazionale passano dai grandi ai piccoli creando della catene che sorreggono quando sono buone e che imprigionano quando sono cattive.Imparare a riconoscere queste catene allora libera la mente da condizionamenti negativi e apre la strada ad originali interpretazioni del proprio modo di educare. Ognuno come sa, ognuno come può. Nessuno mai da solo.

http://www.paolascalari.eu/

https://www.edizionilameridiana.it/blog/

Una proposta formativa per chi lavora in ambito educativo:https://bit.ly/master_RibaltareInsegnamento_2021

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