Terza traccia sulla vita interiore: la paura che paralizza

Vivere, infatti, è percorrere delle strade.  E viaggiare è dare al corpo dell’universo e al proprio quel sangue di cui ha bisogno per vivere.

Sabino Chialà

Quando si incomincia a intraprendere il pellegrinaggio verso la vita interiore cercando di rispondere alla domanda chiave – chi sono? – l’uomo può cominciare a fare esperienza delle paure che potrebbero impedire il passo paralizzando ogni partenza di crescita interiore. Avere paura di cosa si potrebbe scoprire. La paura di non essere all’altezza. La paura di non farcela, di non riuscire. La paura del giudizio degli altri. La paura di metterci in gioco e di rischiare. La paura dell’altro. La paura di cadere, perché dimentichiamo che ci sono mani pronte ad alzarci e abbracciarci. La paura di sbagliare – e comunque si sbaglia e spesso e sempre – scordandoci che ci sono labbra pronte ad amarci e perdonarci. La paura di esporci, di metterci fuori dal politicamente corretto, dal così fan tutti perché il terrore di rimanere soli ed emarginati diventa più forte della nostra stessa verità. Infine, la paura che è paura di vivere. Così la paura a volte la fa da padrone. Tutte queste paure – e chissà quante altre – penetrano nelle vene dell’uomo, avvelenano il suo sangue e raggiungono il cuore che si fa buio, si corazza e l’uomo si ammala di sclerocardia.

Questa malattia paralizza ogni cammino, ogni percorso, ogni crescita della e nella propria vita interiore. Scrive Nietzsche in Sulla Morte (Così parlò Zarathusta): In alcuni è il cuore che invecchia per primo, in altri la mente. E certi sono vecchi da giovani: ma una tarda giovinezza è lunga giovinezza. Per molti la vita è un fallimento: un verme velenoso li rode nel cuore.  La sclerocardia è durezza di cuore, invecchiamento precoce. La definizione di sclerosi dal punto di vista medico è molto interessante. La medicina chiama sclerosi l’alterazione patologica degli organi che comporta una perdita di elasticità dei tessuti connettivi. Questa definizione è quasi incomprensibile per i profani, ma sclerosi può, figurativamente anche significare: perdita di capacità di adattamento ai mutamenti, indurimento, da cui, durezza di cuore, ossia mancanza di flessibilità o elasticità, insensibilità, asprezza, severità, incapacità a essere comprensivi, ostinazione, cattiveria. La sclerocardia trova una sua collocazione anche nel linguaggio spirituale. Essa è la malattia di chi sta perdendo la capacità di leggere i movimenti del proprio cuore, dove Dio sussurra le sue più belle parole, ma c’è chi non ce la fa, chi rimane fermo inchiodato dalla paura. 

Toccante testimonianza di questa di paura che impedisce il passo, che blocca ogni azione, la troviamo alla conclusione del libro Novecento di Alessandro Baricco. Novecento si trova nella condizione di poter scegliere un’altra vita, con altre opportunità. Si pone davanti la scaletta della nave tra cielo e terra. Quei piedi potevano salirla e scendere. Novecento desiderava, aspirava, ardeva baciare la terra con quei stessi piedi. La sua vita sospesa, finalmente, avrebbe avuto libertà dal movimento del mare. La sua carne avrebbe saggiato la bellezza della solidità, della calma, o, almeno, di un altro tipo di quiete. Ma Novecento non ce la fa. Novecento desidera, ama, vuole, ma non ce la fa. Egli comprende anche i movimenti del suo cuore, la sclerocardia non ha annebbiato il suo giudizio, ma non riesce a fare il passo, ad andare oltre. Sa leggere il proprio cuore. Riconosce le sue paure, la sua piccolezza ma non trova una via di uscita se non nel rimanere dove era sicuro. Forse, la sua, è una sclerosi del coraggio piuttosto che de cuore. Torna indietro, nella sua certa nave, suo porto sicuro, seppure stava per essere smantellata per sempre. Ecco come si esprime, a seguire il video. 

Tutta quella città… non si riusciva a vederne la fine… la fine! Per cortesia, si potrebbe vedere la fine? Era tutto molto bello su quella scaletta, e io ero grande, con quel bel cappotto, facevo il mio figurone. E non avevo dubbi, che sarei sceso, non c’era problema… Non è quello che vidi che mi fermò Max, è quello che non vidi… puoi capirlo? Quello che non vidi… in tutta quella sterminata città c’era tutto tranne la fine… C’era tutto. Ma non c’era una fine. Quello che non vidi è dove finiva tutto quello: la fine del mondo. Tu pensa a un pianoforte. I tasti iniziano? I tasti finiscono! Tu lo sai che sono 88 e su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti loro. Tu sei infinito. E dentro quegli 88 tasti, la musica che puoi fare è infinita. Questo a me piace. In questo posso vivere. Ma se io salgo su quella scaletta e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti… Milioni e miliardi di tasti che non finiscono mai… E questa è la verità… che non finiscono mai. Quella tastiera è infinita. Ma se quella tastiera è infinita allora su quella tastiera non c’è musica che puoi suonare. E sei seduto sul seggiolino sbagliato. Quello è il pianoforte su cui suona Dio… Cristo, ma le vedevi le strade?! Anche soltanto le strade, ce n’erano a migliaia! Ma dimmelo: come fate voialtri laggiù a sceglierne una? A scegliere una donna… una casa… una terra che sia la vostra… un paesaggio da guardare… un modo di morire… Tutto quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce e quanto ce n’è! Ma non avete paura voi di finire in mille pezzi solo a pensarla a quella enormità? Solo a pensarla… a viverla! Io ci sono nato su questa nave… e vedi anche qui il mondo passava… ma a non più di duemila persone per volta. E di desideri ce n’erano! Ma non più di quelli che ci potevano stare su una nave, tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità su una tastiera che non era infinita… Io ho imparato a vivere in questo modo. La terra, è una nave troppo grande per me… È… è una donna troppo bella… È un viaggio troppo lungo… È un profumo troppo forte… È una musica che non so suonare… Non scenderò dalla nave. Al massimo, posso scendere dalla mia vita. In fin dei conti è come se non fossi mai nato. Sei tu l’eccezione Max, solo tu sai che sono qui e sei una minoranza. Non ti resta che adeguarti. Perdonami amico mio ma io non scenderò. 

da Novecento di A. Baricco

Novecento cerca di spiegare la sua rinuncia ed emerge come la paura aveva edificato casa nel suo cuore. Novecento ebbe paura della grandezza e della sua incapacità di poter suonare quella tastiera infinita, quell’immensità: se io salgo su quella scaletta e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti… Milioni e miliardi di tasti che non finiscono mai. Ma se quella tastiera è infinita allora su quella tastiera non c’è musica che puoi suonare. E sei seduto sul seggiolino sbagliato. Quello è il pianoforte su cui suona Dio.

Quindi per compiere questo pellegrinaggio, come ci ricorda S. Chialà nella citazione iniziale, significa dare al mondo il sangue, che rappresenta la vita autentica e per dare la vita ci vuole coraggio, disponibilità ai nuovi interrogativi che si aprono in quel “Chi sono?” e accettazione della fatica del cammino che ci può condurre su vie impegnative. 

Il coraggio di tirarsi fuori dal gregge, di superare la superficialità, di rischiare la solitudine e di affrontare le possibili crisi. Il faccia a faccia con se stessi a volte rompe le nostre maschere e ci porta alla verità non sempre gloriosa di noi stessi. E con quella verità ripartire, rimettersi in viaggio… crescere.

Gli interrogativi sono parte integrante del pellegrinaggio interiore.  La domanda rappresenta la possibilità di penetrare più a fondo in se stessi. Le domande sono necessarie e a volte persino vitali. C’è in ciascuno un enigma, un mistero da svelare perché c’è sempre qualcosa che ci sfugge di noi stessi, degli altri, di Dio.

Ogni vero pellegrinaggio, ogni cammino fuori di sé per rientrare in se stessi chiede fatica. Superare la paura di quello che si può scoprire di se stessi in relazioni a sé, agli altri e a Dio ci obbliga alla fatica del coraggio. L’interrogarsi sul chi sono, da dove provengo, chi mi ama e chi amo e come amo costa la fatica di non  rimanere sulla superficie della cose e di se stessi, ben consapevoli che prima o poi la mia vita interiore mi chiederà conto, si farà sentire, sarà appello e esigenza, dono che cresce con prepotenza perchè non vinca in noi lo sterile silenzio, ma il cammino, il viaggio, l’esodo. 

2 risposte a "Terza traccia sulla vita interiore: la paura che paralizza"

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  1. Sei te Signore la nostra forza.. Il nostro coraggio.. Chiediamo , con la preghiera, che le nostre lampade siano sempre accese.. Potremo così affrontare le numerose paure che lungo la vita possono presentarsi!!!

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  2. …a volte sono le domande più semplici che fatichiamo a farci,
    Che mamma sono? Che moglie? Che figlia?Che amica? Che cristiana?
    E ti aggrappi così tanto al Cielo che sembra di vedere Dio…fra le nuvole.

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