Non ti importa di noi? Una catechesi con le parolacce con Arianna Porcelli Safonov e don Vanio

Ecco il testo della serata con Arianna Porcelli Safonov

Quando Dio ti ama ma non lo dimostra

Testo di M. Fiscback

Questa notte ho fatto un sogno,  ho sognato che camminavo 

sulla sabbia accompagnato dal Signore,  e sullo schermo della notte erano proiettati tutti i giorni della mia vita. 

Ho guardato indietro e ho visto  che per ogni giorno della mia vita, apparivano orme sulla sabbia: 

una mia e una del Signore. 

Così sono andato avanti,  finché tutti i miei giorni si esaurirono. 

Allora mi fermai guardando indietro,  notando che in certi posti c’era solo un’orma…

Questi posti coincidevano  con i giorni più difficili della mia vita; i giorni di maggior angustia, 

maggiore paura e maggior dolore…

Ho domandato allora:  “Signore, Tu avevi detto che saresti stato con me 

in tutti i giorni della mia vita,  ed io ho accettato di vivere con te, 

ma perché mi hai lasciato  solo proprio nei momenti peggiori della mia vita?”.

E il Signore rispose: 

“Figlio mio, Io ti amo e ti dissi che sarei stato con te durante tutta il tuo cammino 

e che non ti avrei lasciato solo neppure un attimo,  e non ti ho lasciato… 

i giorni in cui tu hai visto solo un’orma sulla sabbia,  sono stati i giorni in cui ti ho portato in braccio”.

Primo passo di Arianna Porcelli Safonov

Quando vivevo a casa dei miei, questa breve storia veniva propagandata in maniera ossessiva perché era il manifesto degli alcolisti anonimi e mio padre, insomma è russo, carino, con un matrimonio problematico, immaginate voi.  Ricordo che mia madre s’inferociva quando le facevo presente che il Signore ad un certo punto, avesse preso in braccio mio padre perché era troppo ubriaco e non riusciva a camminare e che gli avesse anche tolto le chiavi della macchina, visto che ne aveva scassate sei in quattro anni.  Mia madre diventava una iena perché aveva fatto stampare gli opuscoli e dei piccoli manifesti con questa storia, da portare alle riunioni e io glieli sfilavo dal sacchetto e ci scrivevo questo finale col pennarello indelebile: uno per uno.  Lei li consegnava alla riunione Al-Anon e i tizi si offendevano con lei dicendo che aveva un umorismo di cattivo gusto. 

Così sapete anche da chi l’ho preso. 

Non so per quale motivo ma i cosiddetti giorni più difficili della vita, di cui parla la Fishback, a me non sono mai piaciuti e il mio lavoro propende quasi interamente a fotografare gli angoli divertenti dei nostri giorni difficili affinché lo siano meno. 

I giorni difficili degli altri li preferisco ai miei.  Non che li auguri eh. 

Ma cerco sempre di scansarli affinché arrivino in faccia a quello che sta dietro di me. 

A volte però arrivano proprio per me, certi giorni. 

Arrivano come certe raccomandate che mi porta il postino col suo scooter che guida troppo bene evidentemente. 

Poi le strade in Liguria sono molto strette e complicate eppure lui arriva sempre illeso e mi telefona, dandomi del lei, se non bastasse. 

E mi dice “Signora Porcelli Serpiboff, ho una raccomandata per lei”. 

Dall’altra parte, io faccio gli occhi bianchi, mi siedo se ho da sedere e faccio calare una nube di coltre nera sulla mia giornata ed è così che funzionano anche i giorni difficili. 

Arrivano senza preavviso, non si fanno mai male loro, occhi bianchi, malumore, pianto, depressione e soprattutto non posso fare contestazione, come con le raccomandate. 

Io le contesto sempre perché se non contesti non sei vivo. 

Non hai dignità. 

Il mese scorso ho ricevuto una multa di 81 euro per aver superato il limite di velocità da 50 a 51 km/h.

Un chilometro. 

Signore, prendimi in braccio e planiamo insieme fra i nembi per arrivare proprio sopra al commissariato e compiere le scritture, con particolare attenzione all’Apocalisse di Giovanni. 

Invece no. 

A volte, l’impressione è che Dio più che prenderci in braccio, faccia il pieno di benzina al fottuto scooter del postino, nevvero?

Mi viene in mente la storia di Giobbe. 

Dio incontra Satana, dopo che quest’ultimo è andato a fare “un giro sulla terra”, passeggiata che ultimamente fa molto spesso: avrà preso un cagnolino. 

Comunque, Dio incontra Satana e gli fa “Oh, com’è andata? Hai visto mica il mio amato Giobbe?” 

Cioè, io avrei fatto la vaga: è un mio amico, gli voglio bene, è un cristiano di quelli coi premi attaccati al muro, incontro il demonio e parlo d’altro. 

Invece no: hai visto Giobbe? 

Così Satana fa la passeggiata, il giorno dopo, becca Giobbe, pensa “Ah, ecco, vedi: quello è amico di Dio”, e come immaginerete gli fa piovere addosso mitragliate di sventure che in confronto, noi italiani, in questi ultimi due anni siamo gente che ha goduto un trattamento cinque stelle. 

Meglio sei che le cinque non hanno fatto una grandissima figura. 

Comunque, resta il fatto che è dura da digerire la faccenda che più Dio ti ama più ti manda prove che sei in grado di sostenere. 

Perché la residenza fiscale la puoi togliere dall’Italia, puoi sradicare la cassetta della posta, buttare lo smartphone ma un postino come Dio ti trova anche se vivi sottoterra. 

La prova ti viene a cercare passando sotto agli spifferi delle porte. 

E sentirti amato da uno che consente la mitragliata demoniaca è molto, molto complicato; abbiamo ricette? Mio padre ne aveva trovata una. 

Sfortunatamente gliel’hanno tolta i poliziotti, assieme alla patente. 

Stasera proveremo a trovarne altre più efficaci.

La fede è questione di innamoramento e igiene

Dal Vangelo secondo Marco 4,35-41

In quel medesimo giorno, verso sera, disse loro: «Passiamo all’altra riva». E lasciata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Nel frattempo si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che moriamo?». Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?». E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?”

Secondo passo di Arianna Porcelli Safonov

Vent’anni fa partecipai ad un ciclo di missioni, in giro per Roma. 

Uno le missioni se le immagina nella giungla, in Africa o in posti esotici dove pare che la gente abbia bisogno di civiltà e invece, nella maggior parte dei casi, vorrebbe solo viversi la civiltà a suo modo, senza ricevere ospiti bianchi e indesiderati. 

Che ce ne ha abbastanza, quella gente, di ospiti bianchi e indesiderati. 

Eppure, le missioni in città sono molto più pericolose perché rischi di incontrare gente che conosci. Gente con cui magari sei uscito o con cui vorresti uscire e che ti vede assieme ad altri quindici tizi con la divisa da boy-scout e gli stendardi mentre tu gli sorridi, dentro ad una maglietta arancione, di sei taglie in più e la scritta in bold, in pieno sterno “Gesù è con te”.

E ti vergogni. E vorresti sotterrarti dalla vergogna ma non è ancora venuta la tua ora. 

Anche se sei convintissimo di ciò che stai facendo, ti vergogni perché, alla fine dei conti, mica sei un missionario di professione. 

Non te lo ha detto Gesù di star lì, te lo ha detto il tuo parroco o un amico, di passare un pomeriggio diverso, a fermar sconosciuti per convincerli ad entrare in chiesa, quella sera stessa, a messa senza ricevere almeno un buono pasto in cambio. 

Personalmente, ho visto ciellini nazisti vergognarsi come ladri di biciclette durante le loro missioni perché, ripeto, in centro, nella tua città puoi beccare chiunque: la tua prof del liceo, il tuo ex marito, gli amici di quello che ti piace, la finanza. 

A dirla tutta, io facevo le missioni solo per potermi fermare in centro più del dovuto e bermi le birrette nelle pause mentre gli scout montavano il palchetto e l’amplificazione per le loro chitarre che io, Gesù perdonami, gli avrei spaccato sulla giovane schiena. 

Durante queste circostanze, vivevo in una condizione, potremmo dire di “doppia vita” in cui facevo le missioni metropolitane e mi drogavo sotto la metropolitana. 

Ricordo che, proprio a causa di questo vizietto, mi era facile abbordare gente dissoluta. 

Avevo più successo dei boy-scout e dei ciellini perché il marcio, anche quando cerca di redimersi, odora di marcio e continua ad attirare il marcio per sempre. 

Proprio per questo, in quelle circostanze, ho incontrato parecchia gente arrabbiata con Dio, parecchia gente che aveva la bestemmia insita nel dna, un po’ come voi veneti. 

Mi sfugge, da sempre, il motivo logico per cui gente che si professa atea, bestemmi. 

A me non verrebbe mai in mente, in caso mi arrivi, che so, una cassettiera sul mignolo, cose tipo “Mannaggia a Ganesh!” 

La gente che bestemmia contro il Dio dei cristiani è la dimostrazione fisica e concreta che persino noi occidentali siamo intrisi in un rapporto con Dio che è profondamente intessuto con la società di cui facciamo parte, a prescindere dalla nostra condizione. 

E cioè che crediamo in Dio anche se la società lo ripudia. 

Nonostante il nostro volere e le nostre convinzioni, Dio è qualcosa con cui dobbiamo fare i conti. Forse è per questo che si chiama Padre. 

Anche se non lo conosciamo, anche se non ci interessa.

Esattamente come la grammatica italiana. 

Come le missioni. Insomma, non ero molto brava ad abbordare perché non voglio essere abbordata io, per prima. 

Però coi disadattati andavo alla grande, rastrellavo che era un piacere.  Apparivo loro come una visione. 

Capelli lunghi, pantaloni bianchi a zampa da nipote del cugino di campagna, maglietta arancione accecante con scritto “Scegli Gesù ora”. 

Cestino delle offerte per le missioni e per le candele delle missioni da cui attingevo per comprarmi le birrette mentre mi facevo raccontare perché fossero tutti così arrabbiati con Dio, con tutti gli stronzi senza superpoteri che c’erano in giro. 

Tutti quelli stronzi però non sono il tuo superiore. 

Arrabbiarti con qualcuno più potente di te che si presenta come il tuo Signore è parecchio invitante.

Ti incazzi col principale perché c’è. 

Ti incazzi col principale quando non c’è. 

Ti incazzi non solo perché esiste ma perché è anche il tuo principale. 

Ti incazzi se pensi che non esiste perché ti sarebbe tornato comodo.  Un tizio in grado di non darti ciò che vuoi e di toglierti ciò che hai, ti fa incazzare.  Un tizio in grado calmare le tempeste ma non di fermare l’autobus dietro al quale stai correndo come un pazzo, con la mascherina FP9 che ti accorcia la vita. 

Un tizio che aveva fatto promesse, che aveva detto che sarebbe tornato a dare questo e quell’altro segno della sua potenza e invece qui c’è Biden che si compra la terra e di lui, boh, nessuno sa niente.  A parte le clarisse, s’intende. 

Le suore di clausura sono le vere raccomandate, in tutta questa storia.  Uno pensa ai dipendenti RAI, ma poi arrivano le clarisse, con la loro corsia preferenziale. Perché mica la gente fa niente per niente. Le clarisse lo sanno: il voto di clausura vuol dire filo diretto con Dio, priorità di arrivo delle preghiere, videocall settimanali con Padre Pio. La clausura è un pacchetto premium, in tutte le religioni, d’altronde. 

Scusate la digressione: cosa dire ad uno sconosciuto arrabbiato con Dio?

Soprattutto se sei lì per giustificare la sua assenza. 

Marco, nel suo vangelo propone la fede come antidoto allo scazzo con Dio. 

«Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?».

La fede viene proposta come pass-partout in tutte le situazioni: devono pagarti? Abbi fede.  Va via la luce in casa? Abbi fede, ora torna. 

Aspetti l’autobus a Roma? Abbi fede. 

Certo che poi uno la sottovaluta: i tempi della fede non sono i nostri. 

Si chiamano, fra l’altro, tempi biblici quindi non è che possiamo aspettarci consegne rapide. 

(A meno che non scegliamo la clausura, ovviamente)

Ma soprattutto, per la fede non c’è un bottone, un pulsante, un interruttore, un click da fare per ottenerne a mazzi e vivere sereni, come Tiziano Terzani, come Sai Baba, come Chiara Amirante (se non la conoscete, googleatela e guardate che faccia ha: Chiara è fede che cammina). 

Per la fede non c’è un filler che te lo pigli e ti spiana la coscienza come le rughe. 

La fede è qualcosa che ti casca in testa all’improvviso come un biglietto fortunato del “Turista per sempre”. 

La fede è qualcosa che ha che fare con l’innamoramento, quello giusto: difficile trovarlo su Tinder, impossibile trovarlo alla discoteca o facendo accanimento relazionale, in cui cerche di conoscere il maggior numero di persone nel minor tempo possibile sperando che avvenga la reazione chimica che non avviene mai o meglio, che avviene quando meno te lo aspetti. 

Due quindi sono le condizioni per sperimentare la fede, secondo me: 

1) Il biglietto di “Turista per sempre” devi decidere di andarlo a comprare, devi ascoltare la vocina interiore alla casa che ti dice “Ma perché non investire questi cinque euro nella speranza di non fare più una beata minchia per il resto dei tuoi giorni?” 

Quindi disposizione d’animo, coraggio, intraprendenza. 

2) Per innamorarsi, a quanto pare non ci si deve accanire. 

Bisogna uscire di casa, certamente. Ma, a parte avere fiducia nel prossimo (che, mi rendo conto sia cosa piuttosto complicata), e lavarsi non si deve fare altro che attendere e tenere la mente impegnata in operazioni che riguardino la faticosa faccenda di renderci migliori. 

Quindi disposizione d’animo, coraggio, intraprendenza e poi igiene mentale e corporale e capacità di saper attendere. 

Questi sono gli ingredienti perfetti per attirare la fede.

Dopodiché bisognerà accorgersene: capire di aver vinto il “Turista per sempre”, riconoscere che i quattro ombrellini, che le quattro palme significano HAI-VINTO. 

Riconoscere e avere il coraggio di ammettere di essersi innamorati, anche quando avevamo altri programmi. 

Questa è la ricetta per sperimentare il regalo della fede. Fidatevi di me che, non per vantarmi ma ho fatto le missioni. E mi sono innamorata della gente più schifosa che potessi incontrare. Ma anche Gesù ha amato i peggiori. 

E io, almeno fino ad ora, non mi sono neanche fatta ammazzare. 

Anche perché poi soffrendo di emorroidi, non sarei mai riuscita a spostare la pietra della tomba. 

E il massimo della mia resurrezione è il lunedì mattina, con l’alito del gin-tonic ma ho quasi 40 anni, non so quanto potrà durare ancora. 

La faticosa faccenda di renderci migliori

In quel medesimo giorno, verso sera, disse loro: «Passiamo all’altra riva».

In quel medesimo giorno, verso sera. La sera di quale giorno? Di quel giorno in cui il Signore ha annunciato le più belle parabole: il seminatore sbadato che sparge semente ovunque, la parabola della lampada che per logica deve essere posta in alto per illuminare ma evidentemente qualcuno la nascondeva; la parabola del seme che nel segreto della terra produce il suo frutto; e poi ancora la parabola del granellino piccolissimo di senape che diventa grande tanto da ospitare i nidi degli uccelli… 

In questo giorno meraviglioso in cui Gesù dalla barca insegna con delle parole squisitamente umane, ricolme della vita di tutti i giorni, giunta la sera chiede ai suoi intimi di passare all’altra riva. Gesù chiede ancora una volta ai suoi che si mettano in movimento, su una barca, su un lago, di sera. 

Tutto presagiva qualcosa di pericoloso: il buio della notte, le acque che non sono terra ferma e sicura, la barca non di certo una nave… eppure loro salpano e si inoltrano nella notte. Su quell’invito, con quella fiducia. 

Passiamo all’altra riva. Dopo le parole incantate delle parabole, dopo i primi successi.

Gesù chiede ai suoi di lasciare la folla e di passare oltre, andare altrove per compiere altre e nuove esperienze. Altri avevano bisogno di loro, di quelle parole di luce. Al loro cuore è chiesto di staccarsi, di non aggrapparsi alle sicurezze, ma di avere coraggio e ce l’hanno. Salgono sulla barca e vanno, si inoltrano nella notte. Gesù in quel “passiamo all’altra riva” chiede ai suoi di compiere un esercizio di vastità per allenarsi ad avere uno sguardo capace di grandezza. 

Si tratta – come diceva Arianna – della faticosa faccenda di renderci migliori. 

L’esperienza che avrebbero vissuto da lì a poco avrebbe reso migliori i discepoli, perché sicuramente più consapevoli, più umili, più onesti verso se stessi e gli altri. Si tratta di quell’igiene mentale e corporale utile di chi cammina in relazione autentica con se stessi, con gli altri e – per chi crede – con Dio. 

Per essere preparato all’impreparazione

E lasciata la folla, lo presero con sé, così com’era,  nella barca. C’erano anche altre barche con lui. 

Nel frattempo si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena.  Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva.

Lo presero con sé, così com’era, nella barca

Questo prendere con sé è di una potenza e delicatezza straordinaria. Fu l’angelo a dire a Giuseppe di prendere con sé Maria. E Giuseppe prende con sé Maria. È sempre Giuseppe a prendere con sé per la prima volta Gesù quando era bambino. E poi Gesù prese con sé i discepoli per poi mandarli ad annunciare il vangelo e, ora, sono i discepoli a prendere con sé Gesù. Questo verbo prendere con sé ci ricorda che la fede, la parola, la spiritualità, è esperienza squisitamente umana e graziosamente divina insieme. Annuncia che non c’è esperienza di fede se non c’è di mezzo la “carne” che accoglie, un corpo che sa prendere, portare a sé, amare. Arianna diceva con chiarezza parlando delle missioni a Roma: come difendere Dio quando sei tu che aiutando gli altri colmi quell’assenza… anche questa è una chiave di lettura importante. 

E, poi, il così com’era rivela nuovamente tutta la dolcezza e la delicatezza di questo momento. I discepoli accolgono Gesù in tutta la sua umanità stanca e bisognosa di riposo, senza rimanerne scandalizzati. 

In questo versetto c’è l’accoglienza di tutto quello che la vita può portare all’uomo: stanchezza, paura, buio, fragilità e, insieme, amore, accoglienza, ascolto, disponibilità, sostegno. Tutto questo possiamo chiamare fede? Tutti in tutto in ogni fuori programma della vita. In queste prime parole c’è tutto l’esistente che sale sulla barca. Ci siamo noi, umani e divini insieme, ricchi e poveri, sofferenti e felici, credenti e non, abbandonati e riconosciuti, abbracciati e allontanati. Tutto e tutti! 

E in queste prime parole partecipiamo insieme agli apostoli a tutto ciò che non è calcolato e messo in conto. 

I discepoli non avrebbero mai voluto intraprendere un viaggio in barca di sera. Non avrebbero mai pensato che sul più bello il Maestro si addormentasse non curandosi di loro. 

Mai avrebbero immaginato l’arrivo del vento, delle onde, della tempesta, della paura della morte. Nulla di tutto questo era in programma. Forse avrebbero preferito un giaciglio comodo, al sicuro, a gongolarsi della bella giornata, del bagno di folla, del successo. E invece…

La lora vita è travolta dal fuori programma. 

La loro vita è travolta dalla paura che non ci sarà altro, un oltre, un altrove.

Terzo passo di Arianna Porcelli Safonov

Si dice dei vecchi che siano sempre di cattivo umore.

Sono venuta qui per sfatare questa tesi. 

Non è vero. 

Non avete idea di che pessimo carattere io abbia. 

E ce l’ho da tanto eh. 

Da che ricordi, il cattivo umore ce l’ho da quando iniziai ad andare all’asilo dalle suore e mi davano le caramelle al liquore e stavo male. 

Ma come si fa a dare a una bambina di tre anni, russa, una caramella al liquore?!

Meno male che non mi hanno dato gusto Gin-tonic. 

Crescendo, nonostante abbia imparato ad allenarmi ai liquori, il pessimo carattere è rimasto invariato e questa è la dimostrazione che né l’alcool né la scuola delle suore migliorino il carattere. 

Il mio carattere è talmente pessimo e radicato che c’ho fatto un mestiere: di lavoro scrivo testi comici che parlano di cose che non mi piacciono e avendo questo carattere di merda, pensate a che fonte inesauribile di spunti io abbia a disposizione! 

Ogni giorno, mi sveglio e trovo subito qualcosa che non mi piace di cui scrivere e così sono contenta. 

Perché amo quello che faccio e odio ciò di cui scrivo ed è catartico perché espello odio così e non ho bisogno di andare in palestra e bere bibite detox.

Mi diverto a cercare le angolature brutte di qualsiasi cosa, è il mio metodo di lavoro. 

Con grande stupore, al netto di questi anni, posso dirvi che le angolature più brutte, le ho trovate dentro di me. 

Solo che a nessuno sarebbe interessato ascoltare dei monologhi che parlano male di una sconosciuta. 

Allora, ho deciso di fare amicizia con me stessa anzi, con la parte più schifosa di me stessa. 

Siamo costretti ad ammettere che, almeno nella vita che abbiamo vissuto fino ad ora, chi ha permesso una genuina e soda svolta sul nostro futuro, è la persona con cui conviviamo da un bel pezzo: noi stessi. 

Per come è stata impostata la faccenda nel nostro paese, la società come direbbero i coach, in Italia gli unici che davvero tifano per il nostro bene, per il nostro successo, come direbbero i coach, siamo noi.  

Perciò le cose, a volte ci vanno malaccio: perché la parola TIFO in Italia è una malattia. 

Sia infettiva che calcistica. 

Eppure, se siamo attenti a non contrarre quel tifo lì ma quello giusto, le cose non possono andar male. 

Se mettessimo al collo la sciarpetta con scritto il nostro nome anziché quella della Lazio o della Juve, ci pensate che meraviglia?!

Provo a farvi qualche esempio rudimentale: 

Avrei voluto fare il liceo artistico e mi hanno iscritta al liceo classico. 

Avrei voluto andare in vacanza a Ibiza con le amiche e mi sono ritrovata in camper coi miei, a Locri. 

Avrei voluto fare la scrittrice e ho dovuto fare la commessa, la cameriera, la maschera ai convegni politici, ad aprire la porta dei gabinetti alle modelle, alle sfilate. 

Tutto ciò è accaduto nella mia vita in maniera così perfetta, precisa, matematica, pessima e umiliante fino a quando ero lì ad aspettare che succedesse. 

Fino a quando me ne stavo lì ad aspettare solo briciole per me stessa. 

Fino a quando sono stata lì a cantilenare il mantra Guarda come andrà di merda.

Fino riponiamo la nostra vita nelle decisioni di altre persone, le cose non andranno come vogliamo noi ma come vogliono le altre persone. 

Nel momento in cui, pur non avendo esperienza in campo d’equitazione e col rischio di fare disastri, ci rendiamo conto che prendendo a briglie sciolte, neanche il nostro cavallo ma il somaro zoppo che abbiamo a disposizione che c’è in noi e dicendogli “Andiamo bello, proviamo a divertirci!” ecco che arriva in maniera perfetta, precisa e matematica, una grandinata di opportunità. 

Anche se non si è mai saliti su un cavallo, figuriamoci su un somaro, anche se il caschetto nero di velluto ci gonfia le guance e ci fa sembrare dei vigili inglesi, la chiave di volta è il divertimento. 

Il divertimento nella vita è l’atto di capovolgere il concetto di vita pre-confezionata che tutti si aspettano da noi e che alla fine, persino noi finiamo per aspettarci!

Posto fisso, suv nero, partita di calcetto, matrimonio, famiglia, casa col giardino o appartamento in centro, cameretta per i bambini, vestiti firmati sono tutte cose belle se appartengono al nostro di stile, non ad uno stile che qualcuno ci ha offerto come unica possibilità e che alla lunga non digeriremo come la caramella al liquore. 

La leggerezza nei confronti della vita è un atteggiamento che la maggior parte delle persone considerano contrario alla maturità, al saper vivere. 

Anche per questo motivo mi piace moltissimo. 

“Quello?! 

Quello lascialo perdere, ha la testa sulle nuvole”.

Beato lui. 

Mi piacciono quelli che con le proprie scelte fanno ridere, scandalizzano, fanno mettere alla gente le mani “così”. 

Mi piacciono quelli che galoppano col proprio somaro selvaggio dritti verso l’imprevisto, considerandolo non come una tragedia ma come un’opportunità per cavalcare. 

Il fuori-programma!

Se ci pensiamo, le cose e le persone più belle che incontriamo nella nostra vita, fanno sempre parte di un fuori-programma. 

La grande, immensa, opportunità di cavalcare l’imprevisto ce la offre tutti giorni la vita: un licenziamento, uno sfratto, un figlio inatteso, persino un lutto possono essere tradotte come un’opportunità da cavalcare. 

Persino le persone che non ci danno fiducia possono offrirci questa opportunità.

Le persone che hanno paura per sé stessi, magari inconsciamente, e che contaminano l’aria con l’ansia della vita giusta, la vita perbene. 

Peggio della caramella al liquore è la vita perbene. 

Spesso, dopo uno spettacolo penso ai miei genitori con gratitudine e li ringrazio sempre per non aver mai creduto in me. 

Per avermi detto frasi come “trovati un lavoro serio che sennò finisci male” oppure “metti la testa a posto”. 

Oltre ad un grande dolore, c’è una grande opportunità dietro a frasi del genere dette o pensate dalle persone che ci vogliono bene e che ci guardano. 

È un chiaro invito al dissenso.

Un invito e a pigliare il somaro, per cavalcarlo e dimostrare che non avere la testa sulle spalle è un plus, come direbbero i coach. 

Perché se la testa è sulle nuvole, vede meglio, come le aquile. 

Dietro alla poca fiducia apparente o reale dei nostri affetti, si nasconde certamente la paura di un futuro incerto; e subito dopo alla paura, in fondo a destra come i cessi, si nasconde anche un giardino incantato di possibilità, di futuri non convenzionali, di scelte incoscienti e divertentissime, di famiglie allargate, lavori bizzarri dall’altra parte del mondo, case di paglia, viaggi on the road, fidanzati punk e figli chitarristi. 

Sia che uno programmi la propria vita al millimetro, sia che uno persegua l’incoscienza come stile di vita e progetti un giorno alla volta, la vita poi fa un po’ come je pare. 

E allora, perché non farci trovare preparati all’impreparazione?

Spettinati, fuori posto, senza i compiti fatti a casa ma col bagaglio leggero e pronti a tutto. 

Tanto vale essere felici di aver rispettato le nostre assurde e bizzarre aspettative.

Tanto vale viziarci chiedendo a Dio e a noi stessi, ciò che abbiamo sempre desiderato per davvero noi, non qualcun altro per noi. 

Anche se ciò che desideriamo è tutto tranne che convenzionale e atteso dalla società, che siano i capelli blu, il compagno di banco delle medie che si è trasferito in Kenya e che avremmo voluto sposare, che si desideri la vespa 50 per arrivare a Capo Nord con il nonno o una squisita caramella al liquore.

Sul filo dell’ironia che ci salva

Allora lo svegliarono e gli dissero:  «Maestro, non t’importa che moriamo?».      

Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». 

Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. 

Poi disse loro:  «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?».  E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?”

Comincio con le parole scritte da Arianna nel descrivere l’evento di questa sera: “Tutti i giorni qualcuno si sveglia e non crede in Dio ma la cosa più assurda è che tutti i giorni qualcuno si sveglia e si arrabbia con Dio. I motivi sono molteplici, gli improperi anche. Ci si indigna perché non vediamo i segni della sua presenza, perché non fulmina chi gli abbiamo indicato, perché ci ha messo venti chili di piombo nello zainetto da portare durante la vita che spesso pensiamo sarebbe di gran lunga migliore se solo lui mostrasse un pelo di interesse per noi. Siamo simpatici a Dio? Parrebbe di no. D’altronde non si può piacere a tutti”. 

Non ti importa di noi?

È la medesima esperienza che accade ai discepoli del brano di questa sera. Essi si arrabbiano con Dio, con Gesù, perché quando serve lui che fa? Dorme sereno. Il loro grido è quasi una bestemmia: Non ti importa che noi moriamo?. 

Essi imprecano al Dio della vita perché sembra volere la loro morte. Ma questa reazione rivela non solo la rabbia, ma pure la fede dei discepoli. Come diceva Arianna ogni giorno qualcuno si sveglia e non crede in Dio o smette di credere in Lui, ma altri continuano a crederci pur arrabbiandosi con lui. Essi lo invocano e lo svegliano perché si attendono da lui protezione, in quanto maestro autorevole che agisce con la forza di Dio. 

La fede dei discepoli è una fede messa alla prova da un fuori programma impensabile e spaventoso e duplice: la tempesta e Gesù che dorme. Ecco che il fuori programma del vangelo di oggi è tale da trasformare i discepoli in “maestri” che paradossalmente ricordano all’unico Maestro come si deve comportare e che si deve dare da fare. 

Chi di noi non ha vissuto questo? 

Qualcuno ha abbandonato la fede perché si è sentito abbandonato? 

O perché non si è innamorato di Dio nella barca della propria vita e lo ha percepito come un dormiente? 

E spesso pensiamo sarebbe di gran lunga migliore se solo lui mostrasse un pelo di interesse per noi. 

Siamo simpatici a Dio? 

Parrebbe di no o c’è dell’altro?

Taci, calmati

Così, Gesù, svegliato dalle grida dei discepoli, interviene con forza. In quel taci, calmati c’è tutta la sua forza. E Gesù si meraviglia dei suoi: perché avete così tanta paura? Come a dirci: Sono qui. Sto dormendo, ma ci sono! Perché aver paura? In fondo accade qualcosa di meraviglioso: se è vero che Gesù dormiva, è altrettanto vero che dormiva nella barca INSIEME ai suoi che lo avevano preso-con-se. È tutto legato insieme. C’è un filo nascosto che lega tutti in quella barca e lega anche ciascuno di noi. Loro, senza esserne consapevoli, avevano caricato nella barca qualcuno che non conoscevano ancora del tutto ma che sapevano essere importante per loro, oserei dire potente. Conoscevano la sua forza, l’avevano vista, quando agiva in mezzo alla folla. Avevano visto la potenza della sua parola, ma non sapevano veramente chi fosse. Conoscevano ma non sapevano. Ed ecco la domanda: Chi è dunque costui?. 

In fondo c’è dell’ironia in questo dramma. I discepoli sono pieni di paura e hanno il Signore dalla loro parte, ma lui dorme. Sanno chi è e conoscono la sua forza, ma nel bisogno, gridano anziché fidarsi. Alla fine colui che pensavano di conoscere, non lo riconoscono più… Si sentono abbandonati, non desiderati, non amati, non riconosciuti e poi spaventati e intimoriti per la grandezza del Signore.

Nei miei quadri della tempesta sedata raffiguro sempre la barchetta in mezzo alla tempesta, Gesù che dorme da una parte e i Dodici tutti in piedi dall’altra parte. Già solo così è ironico: è ovvio che affondano se tutti rimangono in piedi a agitarsi in un angolo della barca. Non c’è un discepolo che cerchi di svuotare la barca dell’acqua che entra a causa delle onde. Scelgono la via facile, quella di gridare e non fare nulla.


Video integrale della serata

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