L’arte di legare le persone

recensione libro a cura di Azzurra Beraldo

Avendo fuggito ogni altro lavoro per paura, 

mi ritrovo a fare il lavoro che fa più paura di tutti.

L’arte di legare le persone, legare le storie, legare i pensieri, legare i pensieri alle storie e alle persone. Ma legare è una metafora oppure no?

Me lo chiedo voltando una pagina alla volta, quando la parola legare passa da legarsi a trattenere dall’essere nocivi e sembra che s’impieghino metodi diversi, invece lo si fa sempre allo stesso modo: si tende un laccio tra noi e l’altro. Questo laccio, nel libro “L’arte di legare le persone” corre attraverso lo spazio della comprensione tra i sani e i malati. Quando piantano le unghie e si deve capire che non è per ribellarsi ma per aggrapparsi e quando ti abbracciano non vogliono romperti due costole ma vogliono trattenerti nel loro mondo.

Il libro, scritto dallo psichiatra Paolo Milone, appena uscito per Einaudi, è la forma poetica di storie che non siamo abituati a sentire e che ha come osservatorio il Reparto 77 della Psichiatria d’urgenza.

Lo scenario dei vicoli di Genova in cui si sale piani attraverso ripide scale, si spalancano portoni, si passa in stretti pianerottoli, si aprono e si chiudono porte, si trovano ostacoli quindi si riscende o si fugge, diventa una metafora della mente umana. Il cuore del libro resta per questo il rapporto con i pazienti, dentro e fuori le loro vite, le loro famiglie, dentro i crolli emotivi, la rabbia, le bugie ma anche il legame intellettuale e affettivo che necessariamente si instaura quando le ambientazioni sono i labirinti della psiche.

“Sono qui in Rianimazione a visitare una donna che si è buttata dal quinto piano. Sto cercando di raggiungerla da qualche parte. Non so ancora dove, come, né quando.

L’io narrante aderisce alla quarantennale esperienza di un medico e il passaggio del testimone al collega più giovane, attraverso corpi che comunicano solo a chi è in grado di starli a sentire. 

“I depressi usano l’indicativo passato:io ho sbagliato, io non sono riuscito…oppure il presente ma con un profondo legame col passato: io sono colpevole, io sono fallito.

Gli euforici usano l’imperativo: vieni, fai, compra e usano il futuro: festeggeremo, conquisteremo, ci vedremo.

Gli schizofrenici sbagliano tutto: dicono io sono invece di io ero, io sarò, io sarei, se io fossi.

I caratteriali, sempre all’imperativo: scrivi, dammi, ascoltami, ubbidisci.

I nevrotici sono persone deliziose che usano il condizionale, potrei, sarebbe così gentile…

O il congiuntivo: se fosse possibile, se fossi sicuro di non disturbarla…

Giulia stai attenta alle persone al congiuntivo trapassato: se io fossi stato, se io avessi avuto. 

Sono le peggiori.”

Ma non è solo una questione di analizzare le loro parole, a volte le parole non ci sono e le persone si chiudono in silenzi imperscrutabili, in lacrime che non trovano alcuna espressione, in movimenti laconici. La chiave diventa una simbologia: averle dà accesso alla risoluzione degli enigmi, non averle significa restarne fuori, poterne disporre significa salvarsi e chiudere la follia dentro al reparto e permettere a medici e infermieri di tornare casa la sera dalle loro famiglie. 

Il libro di Paolo Milone, attraverso i suoi versi liberi, a tratti taglienti, in altri docili, in altri ancora rassegnati, raccoglie i brevi pensieri di una vita, dai quali ci si lascia facilmente inghiottire.

Il dolore delle storie è reso sopportabile dal lirismo, unico nel suo genere, che l’autore padroneggia fino all’ultima pagina senza sbavature, passando per l’amore, la morte e la legatura che non vuole essere solo una contenzione ma anche una questione filosofica: un aggrapparsi, ma di chi e da quale parte?

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