Io sono l’altro

Ecco un secondo articolo di Alessandro Dehò che mi ha generosamente permesso di pubblicare nel mio sito. Alessandro Dehò è prete dal 2006. La Parola di Dio è sua compagna di viaggio, la legge e la condivide da innamorato. Vive a Crocetta, in Lunigiana, in una casa in un bosco, vicino al Santuario della Madonna del Monte. Prega, scrive, cammina, accoglie, ascolta, celebra.

Alessandro ha scritto un testo molto bello intitolato Macerie dove, dopo aver ascoltato le canzoni dell’ultimo album di N. Fabi Tradizione e Tradimento, prende in esame i suoi testi e compie una riflessione personale. Oggi ho scelto la canzone Io sono l’altro  e non sarà l’unica. 

Ed ecco il cuore del viaggio, anche quando ci si illude che sia un altrove quello di cui abbiamo bisogno, anche quando ci illudiamo che lo spostamento sia sempre e solo quello geografico.

Invece no,

IL VIAGGIO È SEMPRE UN CAMMINO NELLO SPAZIO CHE GLI ALTRI CI PERMETTONO DI CAMMINARE.

Il viaggio che occorre intraprendere per non soffocare, per inchinarsi al sacro quotidiano, è sempre e solo quello dell’incontro, ma incontro vero, straniante, trasfigurante.

Camminare dentro l’altro, lasciare che l’altro ci cammini dentro. Che sia questa l’interiorizzazione che ci serve? Nell’arte dell’imparare la vita, nella sinfonia dei movimenti, il rischio da prendere è quello non solo dell’incontro ma della scoperta, che la nostra identità profonda è inscritta nelle persone che incrociamo. L’altro, ogni altro, soprattutto chi si lascia camminare dalle nostre fami e dai nostri amori è lo spazio indispensabile per la costruzione della nostra identità.

Noi ci troviamo solo lasciando spazio all’altro. E ogni incontro è un rischio. Nessuna novità, il pensiero filosofico ha già svelato da tempo questi passaggi ma a livello di fede mi piace quel “fare spazio”, quel sottrarsi, quel vivere ritraendosi. Non per accumulo ma per ritiro. Come quando si invecchia, si perde. Si lascia andare, si crea spazio per l’altro.

Quelli che vedi sono solo i miei vestiti, adesso facci un giro e poi mi dici. E poi…

Eccola la frase che smaschera le nostre piccole sicurezze. Eccola l’unica prospettiva che smaschera le nostre incomprensioni. Non solo guardare il mondo da un punto di vista temporaneamente diverso dal nostro ma assumere come modalità di vita l’umile certezza che il frammento di verità che posso intuire è possibile solo nell’introduzione mite nei panni dell’altro. Camminare nello spazio dell’incontro, morire al mio confine, per sentire che la verità non è nella descrizione oggettiva di un evento ma nello spostamento empatico, NEL CONTINUO DOPPIO VIAGGIO, DENTRO L’ALTRO E DENTRO NOI STESSI. Ma non è il movimento dell’incarnazione? Non è il viaggio di un Dio che cammina nell’Uomo per far camminare l’Uomo nel corpo di Dio? E allora è su questo che dovremmo puntare nelle nostre iniziazioni cristiane! Non più itinerari catechistici che lasciano solo sedimenti di noia o blasfeme raffigurazioni di una divinità a cui appellarsi nel momento del bisogno ma trasfigurazioni di noi stessi, esperienze significative di incontri con persone che si sono lasciate ferire, aprire, amare, camminare.

Persone eucaristiche, pani aperti, vini bevuti fin nel profondo, ringraziamenti commoventi, traiettorie che ci hanno accolto e poi allontanato, avvicinandoci e allontanandoci e per portarci vicini a noi stessi.

Blog di Alessandro Dehò: https://alessandrodeho.com

Pagina Facebook di Alessandro Dehò: https://www.facebook.com/dehoalessandro/

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