Il discepolo squilibrato

Convertitevi e cambiate vita

È forte l’invito a essere testimoni del Risorto, nei brani biblici che la liturgia ci offre in questa domenica di Risurrezione. In questo tempo pasquale, la chiesa non si stanca di ricordarci che siamo i testimoni del Risorti. La prima comunità dei credenti, sorta dal costato aperto di Gesù, sente forte l’appello di annunciare il Vangelo del Vivente perché ne hanno fatto esperienza, lo hanno visto, lo hanno ascoltato, hanno sentito la sua voce familiare. Sì, hanno fatto fatica all’inizio, avevano paura, ma poi al costo della vita stessa hanno proclamato la bellezza di seguire il Signore. 

Anche noi, uscendo dalle celebrazioni pasquali, dobbiamo sentirci provocati con forza a essere come i primi testimoni gioiosi della Bella notizia, che è il nostro Vangelo. 

Credo, sia importante chiederci: quanto siamo evangelizzatori del Risorto con la nostra vita? Le nostre scelte indicano davvero la fede nel Signore Risorto come risposta alla paura, al disorientamento, alla disperazione, al male che respiriamo ogni giorno? 

Per rispondere a questi interrogativi ci viene in aiuto di san Pietro che proclama con forza al popolo incredulo e assassino: “Convertitevi e cambiate vita”. 

Già, convertitevi! 

Come se fosse facile convertirsi! Volgere continuamente lo sguardo da un’altra parte rispetto alle solite cose. Cambiare prospettiva. Avere un altro tipo di misura di giudizio. Imparare a pensare e ad agire ricordandoci non solo che non abbiamo l’ultima parola sulla vita, sulle scelte, sui giudizi, sugl’altri, ma che se vogliamo davvero essere credenti credibili siamo chiamati a ricordarci che un altro ha l’ultima parola, che Gesù Risorto è il cuore di ogni confronto e da Lui dovrebbero partire i nostri pensieri, i nostri giudizi, la nostra capacità di amare, scegliere e giudicare. 

Ma, non basta convertirsi. Pietro va ancora più in profondità e aggiunge alla richiesta di conversione: “Cambiate vita!” – dice.  

Segno evidente dell’essere testimone del risorto è cambiare vita. Non basta una conversione interiore. Perché questa sia credibile, deve divenire sempre più visibile. 

Il discepolo del Signore, se convertito, dovrebbe essere riconosciuto per il suo stile di vita, per il suo modo di agire, di pensare, amare, vestire. La sua vita dovrebbe in qualche modo riflettere l’amore che porta nel cuore, dovrebbe risplendere della luce del Risorto, il suo volto dovrebbe trasudare un annuncio di speranza prima di tutto nelle proprie paure, nei propri dubbi di fede, nelle proprie piccolezze e debolezze. 

Il discepolo del Signore che si è convertito e cerca di cambiare vita impara a prendere posizione, apertamente contro il male, la morte, cercando di offrire una parola di conforto dentro l’odio e la violenza che possiamo incontrare negli ambienti di vita quotidiani. Egli dovrebbe essere una casa accogliente e ospitale per chi chiede rifugio, una difesaferma e decisa contro tutto ciò che mina la dignità dell’uomo nella sua  bellezza in ogni momento della vita. 

Se osserviamo i suoi comandamenti

A questo punto per cercare di vedere in quale stadio è la nostra fede, raccolgo l’invito di San Giovanni nella seconda lettura. Un invito disarmante: “Da questo sappiamo di averlo conosciuto (amato): se osserviamo i suoi comandamenti”. Segno di conversione e cambiamento di vita è la scelta di seguire la via delle Dieci parole, che è via di felicità per il credente e non di oppressione. I comandamenti che, in sintesi, li conosciamo come amare Dio e amare il prossimo, sono la cartina tornasole della verità del nostro essere discepoli. 

Lì c’è tutta la disarmante verità sul nostro esser, più o meno, vicini o lontani, dal Risorto. 

Il discepolo squilibrato 

Concludo, con la teoria del pendolo che emerge dal Vangelo.  I discepoli appaiono pieni di Paura all’inizio del Vangelo e, poi, sono pieni di Stupore verso la fine. Ecco il pendolo. La teoria del pendolo, è la teoria del tutto o niente, dell’odio e dell’amore, del perdono e del giudizio, del “oggi credo” e domani no, del “mi sento” e “non mi sento”. È la teoria del discepolo squilibrato che non prende fermamente una decisione e che si fa prendere dall’entusiasmo, che è in chiesa ma che poi si nasconde fuori, che dice di credere nel suo intimo ma poi si confonde nella massa, che prega ma poi sta zitto quando gli è chiesto di parlare, che si lamenta di tutto ma non fa nulla.

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