Squarci di Vastità

di Elisabetta Salvatori e don Vanio Garbujo


Ecco il video di tutta la serata


Amiamo essere guardati. No, di più amiamo essere visti. Abbiamo bisogno di essere visti. 

Non ci basta essere guardati. 

Il guardare rivela superficialità, o peggio, curiosità o invasione. Il guardare sta sul versante del possedere e della difesa. Il guardare si preoccupa di custodire qualcosa di sé da altro e dall’altro. 

Noi desideriamo essere visti, perché chi vede l’altro lo riconosce, lo accoglie. Ascoltare e vedere, essere ascoltati e visti e tutto diventa grazia. 

La nostra vita, la nostra persona, le nostre ombre e le luci, le conquiste e le sconfitte, i dolori e le gioie, 

il sangue sulle mani e l’olio nelle ferite,tutto diventa grazia se si è visti e ascoltati da qualcuno.

Imparare ad ascoltare e vedere – prima di ogni parlare –  è l’arte della relazione e la generazione dell’amore.

Così le persone ci appariranno come squarci di vastità, possibilità di incanto, porta aperta che conduce al mistero dell’altro. 

Nulla sarà più per scontato. 

Chi vede ascolta autenticamene.

Chi è visto si offre all’altro con fiducia. 

Allora comincerà la danza della meraviglia, 

del non risaputo, della sorpresa… dell’amore creativo. 

Chissà forse il comandamento di Gesù, amatevi gli uni gli altri come io vi amo,

potrebbe essere trasformato in: 

vedetevi gli uni gli altri come io vi vedo…

con quei suoi occhi scuri che sapevano abbracciare

e che tutt’ora desiderano farlo. 

Dal Vangelo secondo Marco 10, 17-22 

Mentre [Gesù] andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.

Vie per l’ascolto 

Un altro mentre di Dio di nuovo e vivo

Mi colpisce sempre questo Dio che si mette in cammino per le strade di Gerusalemme. San Marco evangelista, inizia così il suo vangelo: Mentre Gesù andava per la strada… 

C’è un libretto straordinario di Christian Bobin, un autore francese, intitolato: L’uomo che cammina. In questo piccolo libretto cerca di narrare la vita di quest’uomo, Gesù, che non ha fatto altro che camminare per tutta la sua vita. 

Vi leggo una parte per comprendere di cosa sto parlando: 

Cammina. Senza sosta cammina. Va qui e poi là. Trascorre la propria vita su circa sessanta chilometri di lunghezza, trenta di larghezza. E cammina. Senza sosta. Si direbbe che il riposo gli è vietato. Quello che si sa di lui lo si deve a un libro. Se avessimo un orecchio un po’ più fine, potremmo fare a meno di quel libro e ricevere notizie di lui ascoltando il canto dei granelli di sabbia, sollevati dai suoi piedi nudi. Tutto quanto può essere detto su quest’uomo è in ritardo rispetto a lui. Conserva una falcata di vantaggio e la sua parola è come lui, incessantemente in movimento, senza fine nel movimento di dare tutto di sé stessa. Se ne va a capo scoperto. La morte, il vento, l’ingiuria: tutto riceve in faccia, senza mai rallentare il passo. Si direbbe che ciò che lo tormenta è nulla rispetto a ciò che egli spera. Che la morte è nulla più di un vento di sabbia. Che vivere è come il suo cammino: senza fine. (cfr. pp. 9-11)

Gesù camminava per le strade della sua terra. Egli ha passato gli ultimi anni della sua vita a camminare perché riteneva di avere qualcosa di importante da dire. Egli credeva fermamente che il suo annuncio era la condizione senza la quale l’uomo si sarebbe perso e, quindi, non aveva tempo da sprecare, non aveva luoghi da lasciarsi sfuggire, non poteva mancare all’appuntamento con gli uomini e le donne del suo tempo e del nostro tempo e di tutti tempi.

Proviamo per un momento a immaginare quest’uomo, trentenne, che si incammina, non si ferma, non si riposa, se non per pregare il Padre. Nemmeno dopo la morte sta fermo. Intraprende la via degli inferi a raccogliere chi era imprigionato dalla morte e dopo tre giorni rinchiuso nel sepolcro se ne riparte, di nuovo e VIVO, in cerca dei suoi, in cerca di noi. 

Gesù è l’uomo che cammina per sempre e per le strade per incontrare gli uomini dove loro vogliono farsi trovare per vederli, accoglierli, amarli, provocarli a intraprendere sempre nuovi sentieri. 

So chi sei, anche il mio corpo

Un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui,

gli domandò: «Maestro buono 

E camminando per la strada di ogni giorno ecco presentarsi a lui un tale. Un uomo qualunque, uno di noi. L’evangelista Marco provoca a immedesimarci in quel tale. Sono io quel tale che corre incontro a Gesù e si inginocchia e gli parla. E questo tale si getta ai piedi di Gesù, tipico gesto del discepolo. Il suo corpo rivela la sua adesione a quel Maestro Buono, maestro capace di amore. Da non dimenticare che nella tradizione ebraica l’aggettivo Buono spetta solo a Dio e a nessun altro. Eppure questo tale chiama Gesù, Maestro Buono: come dire “ti riconosco come mio maestro gettandomi ai tuoi piedi e ti considero Buono – come Dio. Quasi a dire che quel Maestro era diverso dagli altri maestri incontrati per la strada. Il tale aveva intuito che in quell’uomo che cammina c’era un di più che gli altri non avevano.  Gesù però non gli risponde subito e gli pone una contro-domanda: “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo” (Mc 10,18). Gesù ricorda al tale i comandi, di cui cinque negativi e uno positivo, per riconoscere se qualcuno è davvero buono. Ecco il terreno su cui interrogarsi per orientarsi verso il bene, per conoscere la strada su cui si cammina, per trovare l’eredità della vita eterna, il Regno di Dio, la vita per sempre con lui. Quest’uomo che interroga Gesù deve interrogare se stesso, deve comprendere che la bontà che Dio vuole è la bontà verso gli altri e che il male che Dio non vuole è il male che facciamo agli altri. Ogni comando di Dio è dato perché l’uomo si umanizzi, diventi più buono, tenda all’amore, pienezza di tutta la Legge. E il tale – ingenuamente – afferma di aver obbedito a tutti quei comandi e così permette a Gesù di entrare maggiormente in profondità.

Vedere e guardare

Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse:

«Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri,

e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». 

Il vedere di Gesù

Il vangelo secondo Marco dedica una particolare attenzione al vedere di Gesù, ai suoi modi diversi di guardare, a tal punto che è stato definito “il vangelo degli sguardi”. Non è un caso che solo il vangelo secondo Marco contenga il seguente rimprovero di Gesù ai discepoli: “Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite?” (Mc 8,18).  In questo vangelo per ben 27 volte si attesta il vedere di Gesù, nelle sue varie sfumature: vedere, fissare lo sguardo, guardare attorno, osservare. Il primo sguardo di Gesù è verso i cieli, che vede aperti nel momento della sua immersione nel Giordano (cf. Mc 1,10). Ma poi è soprattutto uno sguardo per gli uomini: sguardo che chiama alla sequela (cf. Mc 1,16.19); sguardo che sa vedere la fede in chi gli porta un paralitico su una barella (cf. Mc 2,5) o tocca di nascosto il suo mantello (cf. Mc 5,31-32); sguardo che vede con compassione una folla come pecore senza pastore (cf. Mc 6,34) o vede i suoi discepoli esauriti per il remare nella tempesta (cf. Mc 6,48). Non va infine sottovalutata l’annotazione di Marco riguardo a Gesù che, entrato trionfalmente a Gerusalemme, “verso sera, dopo aver guardato ogni cosa attorno, uscì con i Dodici verso Betania” (Mc 11,11). Quello di Gesù è anche un guardare attorno, uno sguardo che egli fa circolare, come se volesse cercare con gli occhi, leggendo il cuore dei suoi interlocutori o indicando in loro i destinatari delle sue parole (cf. Mc 3,5.34; 5,32; 10,23).

La salvezza sta nello sguardo 

Essere visti principio di ogni comunicazione

Vedere, essere visto, è un’operazione importante nella nostra vita umana. Accanto all’ascolto, il vedere è decisivo nel nostro venire al mondo. Dopo pochi giorni dalla nascita, noi apriamo gli occhi e vediamo, male, ma vediamo… e così entriamo in relazione con gli altri, con le cose.  È attraverso il vedere che accendiamo la relazione ed entriamo in relazione. Vedere è un’operazione di cui si è consapevoli e se è un’operazione a cui ci esercitiamo, se è “educata”, diventa per noi il primo modo di comunicazione con l’altro.  Guardare è una cosa, vedere un’altra, e fissare lo sguardo sta nel registro del vedere, non del guardare. Per questo occorre “saper vedere”, e non si è mai finito di imparare quest’arte da cui dipende la comunicazione, la comunione, e quindi il sapore della vita. Di conseguenza, “essere visti” è l’esperienza decisiva dell’alterità: “L’Altro è per principio colui che mi guarda” (Jean-Paul Sartre).  Abbiamo bisogno che qualcuno ci veda, che fissi lo sguardo su di noi, perché questo dice che qualcuno si accorge di noi, che possiamo ricevere uno sguardo da qualcuno. Essere visti è il primo modo di sentire la fiducia riposta dagli altri in noi. In ogni relazione che fa parte della nostra vita, noi non dimentichiamo mai quando “abbiamo visto”, quando “siamo stati visti”.Simone Weil scrive, riflettendo sul mistero eucaristico: «Una delle verità capitali del cristianesimo, oggi misconosciuta da tutti, è che la salvezza sta nello sguardo. [..] Lo sforzo grazie al quale l’anima si salva è simile a colui che guarda». Per ciascuno di noi resta dunque possibile decidere il nostro sguardo, con cui scegliamo di sentire, di toccare l’altro: nel nostro sguardo c’è l’inizio di una tattilità, sicché noi possiamo avere uno sguardo che accarezza o uno sguardo che uccide, uno sguardo che scalda o uno sguardo che uccide, uno sguardo mite o uno sguardo che cattura e seduce, uno sguardo che desta fiducia o uno sguardo che incute timore, spavento. Ognuno di noi con lo sguardo raggiunge l’altro, già gli parla e già lo tocca.

La forza per dire sì?

Una cosa sola ti manca

Non posso non citare il Salmo 22 per comprendere questo versetto del Vangelo: Il Signore è il mio pastore Non manco di nulla. Qui il problema della possibile sequela non è immediatamente la ricchezza e l’incapacità del tale di lasciare le ricchezze, ma che il tale, pur cercando di vivere seguendo la legge, in realtà era senza pastore. La cosa che manca è scegliere Gesù come il suo unico pastore e, come pecora amata, seguirlo. Forse la ricchezza, la mammana, era il pastore di quel tale. Gesù, infatti, non gli dice: “Sì, tutto va bene, ma se vuoi fare qualcosa di più, allora va’ e vendi i tuoi beni…”, ma gli dice: “Ti manca una cosa, lasciare tutto e seguire me”. Se tu avessi tutto, allora il Signore sarebbe il tuo Pastore, ma ti manca una cosa sola per non mancare di nulla.Gesù lo invita a camminare dietro a lui, ma per il tale era troppo costoso continuare a camminare, probabilmente riteneva di essere arrivato a destinazione e voleva farsi dara una pacca sulle spalle da Gesù con un bel bravo. 

Se ne andò via triste

Ora, al tale del Vangelo, dopo esser stato visto dall’amore folgorante di Gesù, tocca fare il passo successivo e decisivo, Sì perché all’essere visti da Gesù non si può rimanere indifferenti.  Allo sguardo di Gesù inevitabilmente è richiesta una risposta. Quello sguardo fa uscire allo scoperto, ecco perché molti lo evitano. E quello sguardo non solo fa uscire allo scoperto ma dona anche la forza per sopportare il peso della verità di sé stessi e insieme la capacità di rimetterci fiduciosi in cammino.   Infatti, non è possibile nessuna conversione, nessun cambio di vita, nessun discepolato senza aver fatto almeno una volta l’esperienza di questo sguardo su di sé e Gesù lo sa e ama quel tale per dargli la forza di dire di sì, pur lasciandolo decisamente libero da ogni condizionamento. Ma il tale del Vangelo non crede a quello sguardo, non crede a quell’amore di Gesù, e quindi non sa rispondere a Gesù. Nella sua ricerca di senso questo giovane pieno di zelo e di ardente desiderio è giunto alla possibilità di scegliere: non scegliere cosa fare, ma scegliere di essere e scegliere come trovare pienezza nella propria indigenza. Ma di fronte a quell’offerta di Gesù, offerta di rischiare l’amore, si rabbuia, cambia volto, si incupisce, e con la tristezza che lo domina se ne va di nuovo per la sua strada, lontano da Gesù, il maestro, rabbi, in-segnante, che aveva cercato per ricevere dei segni-segnali nella sua vita.

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