E se Dio morisse di fame?

ascolta l’omelia

Tutti avevano paura di Paolo 

La prima comunità dei discepoli smette lentamente di avere paura dei giudei, non si nascondono più, ma iniziano ad avere paura di altro, di qualcun’altro. 

La Prima Lettura ci pone davanti a un altro tipo di paura. Non hanno più paura di essere uccisi nel nome di Gesù. Gli apostoli sono diventati coraggiosi, annunciano il Risorto con forza, con convinzione, sarebbero capaci di morire davvero per il Cristo Risorto. Ora, vivono un altro tipo di paura, una paura che nasce dall’interno della comunità, all’interno della Chiesa. Una paura verso un nuovo discepolo, un nuovo apostolo, Saulo, che nel frattempo era diventato Paolo, innamorato folle del Cristo tanto quanto i primi apostoli, se non addirittura con più fervore, con più tenacia e passione… con più audacia! 

Questa paura, interna alla prima chiesa, nasce dal giudizio che gli apostoli avevano contro Saulo. Essi sapevano bene chi era, conoscevano le sue gesta, forse molti ancora ricordavano il martirio di Stefano e il fatto che probabilmente lui era uno dei mandanti di quell’uccisione. 

Quindi, i loro giudizi nei confronti di Saulo erano legittimi e così radicati che impediva loro di vedere altrodi intravedere oltre quel Saulo, di scorgere – o forse anche un po’ credere – che Gesù lo aveva incontrato, abbracciato… amato e che la grazia del Battesimo operava in lui non solo la figliolanza, ma la fratellanza. Paolo è per dono figlio di Dio e fratello degli apostoli. Questa paura paralizza la capacità dei discepoli di intessere nuove relazioni, di costruire nuovi rapporti con quei fratelli che Dio può scegliere al di là di noi, di generare una comunione che chiede di crescere sempre di più.

La Paralisi dell’ospitalità 

A volte anche nelle nostre comunità si rischia di cadere in questa stessa paura paralizzante. Abbiamo giudizi gli uni contro gli altri da non dare nessuna possibilità all’altro di riscattarsi. 

A volte alcuni (pre)giudizi ci impediscono di compiere dei passi verso l’altro. 

Questa paura, che nasce dal giudizio e genera muri anziché ponti verso l’altro, provoca, se non convertita in fiducia, due possibili reazioni principali: la mormorazione (o l’inutile parlare) e l’esclusione (o autoesclusione)

La mormorazione ha l’obiettivo di alimentare il proprio giudizio e le proprie ragioni cercando alleati al proprio parlare inutile e, ahimè, quanto è facile trovare complici in questo. 

L’esclusione/autoesclusione: spiego quest’esperienza con una frase: “Se c’è quello, io me ne sto fuori, non vengo” (= autoesclusione); o, se sono dentro alla comunità, l’altra frase tipica è: “Se viene anche lui/lei, me ne vado e allora si decide di tener fuori l’altro per non perdere chi è già dentro” (=esclusione). Che tristezza!

Come uscire da questi circoli viziosi? Barnaba si fa garante di Saulo e, così, gli apostoli decidono di accoglierlo. Chissà, forse la parola di Dio ci chiede non solo di dire di no alla mormorazione, all’esclusione, ma di iniziare a farci da garanti gli uni per gli altri

La comunità, perché possa allargarsi sempre di più, chiede grandi atti di fede non solo in Dio ma nelle persone che incontriamo sulla nostra strada imparando – come ci ricorda san Giovanni nella seconda lettura – ad amarci non a parole, ma con i fatti e la verità per vivere e trovare sicurezza per il nostro cuore. Per avere un cuore rassicurato la via da intraprendere è quella dell’amore vicendevole, fatto di piccoli gesti. 

Il Padre è l’agricoltore 

Ora un accenno al Vangelo è doveroso. Mi colpiva che domenica scorsa Gesù si paragonava al Buon Pastore che ama e custodisce le sue pecore, che siamo noi. 

Oggi, Gesù ci presenta Dio Padre come l’agricoltore e lui, non più il Buon Pastore, bensì la vite, mentre noi, siamo diventati i tralci. Da una qui una riflessione: certo è importante, direi fondante il verbo “rimanere”, che rivela uno stare fedele, un esserci attivo e vivo, una responsabilità nel restare aggrappati al Signore. 

Così è importante riconoscere che solo rimanendo attaccati alla vite si può portare frutto, nessun ramo può fruttificare stando a terra, lì è destinato a seccare. Come, è salutare la potatura per rafforzare l’albero e avere una maggiore fioritura. Ma vorrei porre l’accento su altro aspetto: se noi non rimaniamo aggrappati alla vite, che è Gesù, non solo noi non portiamo frutto, e saremo destinati a non lasciare traccia, ma nemmeno Cristo, la vite, potrà portare frutto, e l’agricoltore, il Padre, rimarrà senza mangiare

Pensate, Dio ci ha voluto così legati a sé, che non solo noi dipendiamo da lui, ma lui ha deciso, ha scelto di dipendere da noi.  Come dire se l’agricoltore vuole magiare, noi dobbiamo rimanere aggrappati alla vite, altrimenti e Dio Padre e il Figlio Gesù rimarranno senza frutti. 

Ecco di quale potenza Dio ci ha investiti. 

Ecco a quale grande responsabilità siamo chiamati: non dimentichiamolo. 

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