Una Scuola a corto di ossigeno

di Marco Di Benedetto*

Un “Manifesto di rianimazione spirituale della comunità scolastica”: primo abbozzo

[seconda parte]

[la prima parte: qui]

Da queste osservazioni, da questi annusamenti ed esperimenti, si è profilato di getto una specie di “decalogo”, che è in verità un indice di possibilità, senza alcuna pretesa. Ogni punto meriterebbe una trattazione a sé, ben più approfondita e propositiva di quanto lo spazio di un breve articolo non lo consenta.  

Non mi dispiacerebbe se anche solo questi 10 spunti per un “Manifesto” di rianimazione spirituale della Scuola diventassero motivo di confronto, di integrazione, di contestazione e condivisione con chiunque abbia a cuore questi nostri figli, questo nostro futuro, questa nostra dimensione di vita.

Educare al respiro consapevole

Quando ho proposto a ragazzi di 2ª superiore un semplicissimo e veloce esercizio di respirazione consapevole prima di una attività grafica, ho scoperto che una sola di loro ne aveva fatto esperienza durante un’attività con gli scout. Per il resto, gli altri 20 quindicenni non erano mai stati educati all’ascolto del proprio respiro e, quindi, ad una presa di contatto con la propria vita biologica. Paradossalmente un modello materialistico di vivere la vita ci ha fatto perdere il contatto con la materia prima della vita stessa: il respiro. A scuola, fin dalla scuola per l’infanzia, basterebbe educare a respirare consapevolmente un paio di minuti ogni giorno e si insegnerebbe la materia più essenziale.

Valorizzare una corporeità felice

Il corpo dell’adolescente… o meglio, l’adolescente è il suo corpo. Una “relazione sentimentale complicata”, direbbe il caro vecchio Facebook. In questo anno nemmeno due belle ore di scienze motorie in palestra o all’aperto si sono potute fare serenamente e con continuità, cioè sudando! E poi non ci si doveva avvicinare agli altri, figurarsi toccarli, e non ci si dovevano passare le cose, e non ci si è abbracciati in bagno con l’amica e non ci si è spintonati tra maschiacci durante la ricreazione… ma quindi, come si pensa di recuperare la significatività dei corpi di questa generazione, che vive tra le montagne russe del piacere e del dolore? I ritrovi nelle piazze per le risse pianificate sui social di queste settimane e le sofferenze mute di molti corpi dolenti e non raramente autolesionati sono davvero l’unica risposta possibile? Una scuola che, prima dei lobi frontali da istruire, rimetta al centro la felicità dei corpi, degli affetti, di una sessualità accompagnata verso un’integrazione armonica, investendoci coraggiosamente denari pubblici, sarà una scuola spiritualmente rianimatrice. 

Introdurre al valore della fatica

La fatica c’è stata e ed è stata tanta. Anche il meno empatico dei docenti ha presto o tardi incontrato il grido muto e lacrimoso di qualche discente. Ci sono anche coloro che in questa situazione ci hanno sguazzato, quasi riscoprendo la comodità dell’asocialità (poi qualcuno o qualcosa nella vita avrà l’ingrato compito di rivelare loro l’impotenza dell’illusione….). Ma sempre di fatica si tratta. È la fatica di vivere, quella che cela nel dover rispettare delle regole, nell’affrontare delle verifiche in sequenza, delle interrogazioni, degli esami… La scuola dovrebbe/potrebbe diventare un laboratorio di alchimia esistenziale: prende la fatica di vivere di un adolescente e la trasforma in capacità di vivere la fatica, di reggere, di tenere il punto, di allenarsi alla focalizzazione sul dettaglio e, insieme, al grandangolo della visione. Sarà possibile solo se gli adulti che camminano loro accanto sanno starci nella fatica. Certo, leggendo le chat dei gruppi di professori sui social, più di un dubbio rimane…(sigh)

Familiarizzare con il desiderio

Quando da bambino giocavo a fare il maestro e poi, alle medie, il professore, era perché ero a contatto con il mio desiderio. Potevo stare ore a fare delle immaginarie lezioni ai miei immaginari studenti e a mettere voti sul mio registro manufatto. I grandi mi vedevano giocare. Ma io stavo facendo la cosa più seria della mia vita. Ascoltavo il mio desiderio e lo esprimevo. E oggi è il mio lavoro. Vi immaginate se la scuola diventasse un motore di avviamento e riconocimento dei desideri di ciascuno? Vi immaginate di quante vite realizzate saremmo felicemente responsabili? 

Attraversare il conflitto

Sul fatto che il conflitto faccia parte della vita di ciascuno e della società credo ci sia poco da discutere. La questione è cosa farne dei conflitti nei quali rimangono impigliate tante nostre risorse ed energie emotive. Un conflitto può rimanere sottotraccia per un tempo immemorabile, corrodendo e avvelenando in maniera diffusiva ogni ambito della vita. Un conflitto può esplodere in una violenza cieca e distruttiva contro di sé e contro gli altri. Un conflitto può essere rimosso, dimenticato, salvo poi fare cucù in qualche sintomo psicosomatico di cui non ci spiega la causa. Oppure il conflitto può essere attraversato e diventare occasione di una sana crisi e di una liberante trasformazione catartica, come già i Greci ci avevano indicato nelle loro tragedie. 

La scuola, proprio perché è comunità ed è viva, è un laboratorio pregevole del conflitto: conflitti tra studenti all’interno della stessa classe, conflitti studenti-docenti, conflitti tra colleghi nelle riunioni collegiali o nei consigli di classe, conflitti tra docenti e dirigenti, tra collaboratori scolastici, tra scuola e famiglie. Eppure, la Scuola non pare molto attrezzata con strumenti capaci di far diventare il conflitto qualcosa di generativo. Nel Liceo dove insegno, una spiacevole situazione di conflitto tra un docente e alcuni studenti di una classe Quinta, venutasi a creare a due mesi di distanza dall’Esame di Stato, stava rischiando di mandare in frantumi un percorso brillante di cinque anni di lavoro con un’intera classe, facendo terminare il percorso con un sapore amaro per tutti. Le persone coinvolte, con l’avvallo della Dirigenza, hanno accettato di intraprendere un percorso di mediazione umanistica in ambito scolastico, come già accade a livello nazionale e internazionale in maniera anche ben strutturata in alcuni istituti (persino in alcune scuole per l’Infanzia). La vicenda si è conclusa con una ritrovata pace che ha consentito alla classe e al docente di affrontare con maggiore serenità gli impegni e le sfide di fine quinquennio.

La prospettiva della mediazione umanistica dei conflitti si sta rivelando assai feconda, soprattutto laddove sono gli stessi ragazzi a formarsi come mediatori insieme agli adulti della comunità. È sempre questione di visioni. Quando il ricorso alla mediazione sarà più frequente di quello alla sanzione, allora potremo immaginare di uscire dalla “terapia intensiva”. 

Ri-alfabetizzare al simbolico

I ragazzi rimangono sempre sorpresi quando chiedo loro: “qual è il contrario di diavolo?”. Parte la solita litania: “Dio, angelo, bene…”. Poi gli dimostro con un po’ di riferimenti alla lingua greca che il contrario etimologico di diavolo è “simbolo”. Il diavolo divide. Il simbolo unisce. 

Sogno una scuola che ai linguaggi logico-deduttivi sappia reintegrare anche quelli simbolici. 

Penso a una scuola che sappia raccontare se stessa come simbolo per ragazzi che cercano casa, che bramano comunità anche senza saperlo, che aspirano a quell’unità interiore che consenta loro di non sentirsi perennemente divisi tra passato e futuro, tra nostalgie e attese, tra bisogno di sicurezza e instinto a rischiare.

Immagino una scuola che non si accontenti di ritualismi fuori dalla storia, ma sappia inventare nuovi riti di iniziazione alla vita, a partire dalla gestione degli spazi, dei tempi e dei corpi in relazione gli uni con gli altri, riti che rimettano al centro la bellezza come via simbolica originaria. 

 “Il simbolo dà a pensare” (P. Ricoeur), e di questo pensiero originato dalla potenze semplicità dei simboli, diosolosaquanto abbiamo bisogno per ricostruire fiducia nella vita, nelle relazioni e in noi stessi. 

Avviare processi di riconoscimento

La mancanza di riconoscimento è la nostra prima ferita psichica e ogni nostro conflitto emerge da quella cicatrice originale. Solo dei processi di riconoscimento possono restituire alla persona la sua pace. E quello della guarigione è un lavoro eminentemente spirituale, perché si nutre della capacità di vedere oltre.

Io sono finito sui giornali locali per aver semplicemente chiesto “come state?” ai ragazzi nel pieno del periodo di “Dad” prima di Natale e aver dedicato tutta l’ora ad ascoltarli e a provare a dare una forma di riconoscimento alle loro fatiche. Questo ha fatto notizia. Ma secondo me la notizia vera è proprio il fatto che la cosa più naturale e ovvia che ci si aspetterebbe di vivere in una famiglia, in una comunità, in qualsiasi relazione minimamente umana, cioè riconoscersi, abbia appunto fatto notizia. Dedicare un minuto di tempo agli occhi di uno studente per fargli capire che ci siamo accorti di lui, della sua vita e del suo dolore, gli consentirà di studiare meglio, molto meglio, perché il riconoscimento gli aprirà autostrade cognitive insperate. 

Sperimentare la gratuità 

Nessuno ti dà niente per niente. Se fai bene, sei promosso; se fai male, sei bocciato. 

Massime retributive e logiche meritocratiche di questo tipo certificano l’espulsione della dimensione della gratuità dai processi formativi. Liberare le giovani generazioni dalla pervasività di performance da fare e dall’ossessione di giudizi da ottenere è un atto d’amore tra i più grandi. Perché amore affiora solo in uno spazio di gratuità e di libertà. Ogni anno saltano fuori nuove griglie di valutazione, nuove discipline (leggi: Educazione Civica) da valutare attraverso sistemi francamenti imbarazzanti. Che spazio resta per la gratuità della relazione educativa? Non molti anni fa, durante un consiglio di classe in cui si cercava di capire come aiutare un ragazzo a stare meglio dello schifo che stava, un collega mi rispose: “noi non siamo qui a fare gli educatori, ma gli insegnanti!”. Per dire il livello. 

Ascoltare il silenzio 

Una volta un giornalista chiese al compianto Mº Claudio Abbado quale fosse la parte più importante di una esecuzione musicale. Rispose: «il silenzio che precede l’attacco della prima nota. La musica più bella infatti nasce dal silenzio più intenso». 

Lo sappiamo: siamo continuamente immersi, travolti da rumori e da fiumi di parole in cui non riusciamo più a distinguere quelle che creano e significano la realtà da quelle che si vaporizzano nell’istante stesso in cui sono pronunciate. 

A scuola le parole sono l’architettura della relazione educativa e del processo di comunicazione dei contenuti disciplinari. Ma nel curricolo delle materie di qualsiasi indirizzo manca l’ora in cui si insegna il silenzio. E se manca la familiarità con il grembo del silenzio, quali parole significative possono generarsi nell’atto di linguaggio che la scuola è in quanto comunità di corpi vissuti? A chi spetta il compito di insegnare ad ascoltare il silenzio e ad abitarlo, a starci anche quando è costoso, e a scoprirlo come la materia prima per poter lavorare il mondo con parole che siano costruttrici di ponti comunicativi?  

Re-iniziare allo stupore

Forse questo ultimo punto dovrebbe stare al primo posto, perché…. “in principio” è lo stupore. 

È infatti lo stupore a tracciare i primi sentieri della conoscenza, un po’ come l’attrazione è il primo passo dell’esperienza dell’amore. Quest’anno mi hanno colpito molto gli occhi di tante ragazze e ragazzi. Le mascherine, nella loro scomodità e in quella forzata velatura del volto, hanno avuto il merito di rimettere in evidenza gli occhi delle persone. Ne ho visti di brillanti e vivi, certo. Anzi, io un monumento a questa generazione di ragazzi lo farei proprio se fossi il sindaco della città dove insegno. Ma è altrettanto vero che ho visti troppi sguardi spenti, vacanti di curiosità, rassegnati all’idea di una scuola che non sa accendere passioni, interessi, percorsi. Per queste cose bisogna rivolgersi altrove. E questo è triste, se pensiamo che la scholè dei Greci era proprio il tempo dell’anima, il tempo della scoperta, dell’otium inteso come spazio di contemplazione, di meraviglia, il tempo libero da dedicare alle cose che si amano e si desiderano. 

E invece, ci siamo persi tra infinite griglie di valutazione… 

Rianimatrici e rianimatori di tutto il mondo, all’armi

*Marco Di Benedetto. Nato a Montebelluna nel 1976. Teologo liturgista e Docente di Religione presso Liceo Classico-Linguistico “E. Montale” e ITCS “L.B. Alberti” di San Donà di Piave. Traduttore editoriale e Mediatore penale.

2 risposte a "Una Scuola a corto di ossigeno"

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  1. Grande articolo GRAZIE!
    Perché non si tratta solo di un ambiente prettamente scolastico ma l’approccio analizzato può essere esteso a tutti gli ambienti: familiari, lavorativi, ecc.
    Espresso con una chiarezza e lucidità che ho vissuto in prima persona…
    GRAZIE!

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  2. Che meraviglia! Sarebbe bello che queste riflessioni fossero oggetto di meditazione da parte del mondo della scuola, ma anche da ogni educatore, per farne tesoro! Grazie!!!

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